L’omicidio di Marco Mameli non ha ancora un nome.
E’ passato un mese dall’omicidio di Marco Mameli, avvenuto durante i festeggiamenti del Carnevale a Bari Sardo, ma ancora non si conosce di chi è la mano che ha colpito mortalmente il giovane di Ilbono, che a soli 23 anni ha perso la vita a causa delle coltellate inflitte dal suo assassino, che resta senza un nome, generando ancora sgomento e rabbia in tutta l’Ogliastra.
L’artista Nicola Urru ha voluto trasformare questa rabbia, sopratutto da parte della famiglia del ragazzo, in una scultura di sabbia sul litorale di Platamona. Così ha realizzato un’opera che rappresenta il silenzio di una comunità che non sembra voler collaborare nel risolvere questo giallo.
”Solchiamo vantando l’estrema civiltà, ma i delitti di oggi, sono atroci come quelli barbari del passato – sono le parole dell’artista sui social, seguite dalle foto della scultura -. Oggi per Marco non esiste ancora un colpevole? La cosa che fa’ più rabbia, e alimenta il perpetuarsi di queste tragedie, non sono il fatto che esistano ancora azioni violente o vittime. No! La cosa più grave è vedere che esistano ancora astanti spettatori. Quelli che vedono, sentono, sanno e non fanno nulla. Uno, cento, mille devoti, vincolati al sacro voto dell’omertà. Oggi non mi rivolgo all’assassino ma a chi può aver visto o sentito. A chi può rompere questo silenzio. Non c’è nulla da vergognarsi nell’aver taciuto sino ad ora. Il silenzio, quello subito, quello patito dalla paura, si può vincere. Quando il silenzio è vigliacco, allora dobbiamo ammettere il fallimento. Dopo settimane senza un nome, è giusto chiedersi se Marco merita tutto questo e se sia morto in una coltre di omertà?”.
L’artista pensa al dolore della famiglia e attacca il deficit dell’empatia nella società di oggi, ciò che rende faticoso nel mettersi nei panni altrui, sopratutto dei genitori che piangono l’assenza del figlio barbaramente ucciso, così come il dolore della sua fidanzata, che non rivedrà più Marco. ”Questo perché, domandarsi di dare attenzioni a un’altro, implica fatica. Sentire come sta l’altro ci fa’ decentrare da noi stessi – riflette l’autore -. Non si guardano più solo i nostri bisogni, se sono decentrato diventano prioritari e urgenti anche quelli degli altri. Ma è giusto chiedersi, se almeno una delle persone che ha incrociato negli ultimi istanti di vita lo sguardo di Marco, e avesse avuto più empatia e meno timore, più onestà e meno omertà, forse Marco oggi sarebbe ancora vivo? È giusto chiedersi questo? Forse, se ci impegniassimo a coltivare l’onestà, quella vera, non solo quella del “proprio dovere” ma quella che risponde ad un’etica fatta di responsabilità, avremo un futuro migliore”.
”L’omertà è un brutto veleno, ma l’antidoto esiste – conclude Urru -. C’è ancora tempo per la verità, la dobbiamo a Marco”. Lo scultore cita inoltre le parole di Oriana Fallaci: “Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”.